Storie di sentimenti puri, di famiglie per bene, che rischiano la vita di fronte ai disordinati rivoltosi, senza paura e senza scrupoli, lì solo per creare disordini. E tutto questo per uno stipendio quasi sempre da fame. Per mantenere i figli e tutto il resto.
Ma nessuno si chiede il perché delle rivolte? Perché i rivoltosi sono lì a rischiare l'arresto, se non la vita (qualcuno l'ha già persa a quanto pare)? Quali necessità li spingono fin lì?
Sto parlando di rivoltosi, non di ladri o saccheggiatori.
Ho trovato più interessante a questo proposito l'articolo del Financial Times, scritto da Chris Cook, che si concentra sullo stile di vita dei giovani londinesi in questi ultimi giorni. La polizia non è altro che "the representation of all authority, and the things that keep them down", ovvero l'autorità per antonomasia, ciò che limita loro (i ragazzi). S'intrecciano i punti di vista di ragazzi e ragazze dai 16 ai 19 anni, che non si sono uniti alle rivolte per principio, perché si sono accorti che si erano trasformate in semplici saccheggi, o rivendicazioni. L'unico ragazzo intervistato che ha partecipato alle rivolte infatti dichiara che le riots erano un'opportunità per far capire alla polizia come ci si sente ad essere spintonati, a subire l'autorità altrui; una cosa "dumb", stupida, riconosce il diciassettenne Jermaine, "but it was fun". L'articolo si conclude con la dichiarazione di uno dei ragazzi (uno di quelli che non hanno partecipato ai disordini), che risponde senza paura al giornalista che gli chiede una soluzione plausibile per fermare la violenza nella capitale:
"Cosa fare ora? Non ci sono speranze. Diventerà sempre peggio. Ed è tutta colpa vostra. I giornali si stanno concentrando sulle rapine. È vero, sono cose tremende, ma non stanno cercando di capire il perché del malcontento nei giovani londinesi".
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