martedì 16 agosto 2011

Anonymous: perché DISTRUGGERE FACEBOOK NON È LA SOLUZIONE

Avete annunciato di voler distruggere Facebook. Avete detto che un giorno il mondo capirà che quello che avete fatto è right, è giusto.
Perché ogni informazione che è su Facebook resta su Facebook, e viene venduta ai governi, alle multinazionali ecc...
In questo modo siamo tutti controllati da una sorta di Big Brother che tiene d'occhio ogni nostro commento, notifica, ogni nostro "mi piace", per poterci abbinare una certa serie di gusti, di preferenze, e quindi prevedere che cosa rientra nei nostri bisogni e interessi. E così ci mette davanti la pubblicità di un prodotto che secondo i suoi calcoli potremmo desiderare. Il problema compare se l'azione diventa inversa, ovvero se ci vengono omesse certe informazioni attraverso le quali potremmo elaborare opinioni "fastidiose" a governi o multinazionali.
Tutto questo è vero e inquietante. Tuttavia NON CREDO CHE DISTRUGGERE FACEBOOK SIA LA SOLUZIONE corretta. Non si può pensare che distruggendo il Social Network, venga eliminato il problema.
1. Perché tutte le operazioni di scambio citate sopra non sono legate solo a Facebook, ma anche a siti come eBay, Hotmail ecc...
2. Vedendo scomparire Facebook la maggior parte degli utenti rimarrà spaesata, poiché non sarà nemmeno a conoscenza del messaggio inviato da Anonymous. Quei pochi che sanno precedentemente del messaggio proveranno solo avversione nei confronti di Anonymous. Entrambe le tipologie di utenti cercherà un altro Social Network a cui fare riferimento, poiché è diventato un'esigenza primaria per loro. Non mancherà di certo chi creerà un nuovo Social Network visto il successo del primo (senza contare che ne esistono già altri).

Inoltre come è possibile pensare che un giorno la gente capirà che quello che avete fatto è giusto se, a causa del vostro intervento, non sperimenterà mai le conseguenze del fenomeno Facebook e mai le guarderà a posteriori?

Per finire mi concentrerei sugli aspetti positivi del tanto criticato Social Network. Permette a persone che abitano in paesi, continenti diversi di mantenersi in contatto, di avere sempre notizie l'uno dell'altra, anche dopo tanto tempo che non si hanno contatti. È una piattaforma sociale, quindi invita allo scambio reciproco di informazioni, di idee... È un invito continuo a socializzare. Forse questo -la mancanza di barriere- è uno dei pochi aspetti positivi del mondo in cui viviamo, quello della globalizzazione. Per non parlare di tutte le rivolte che sono scoppiate ultimamente in paesi che erano ancora soppressi da regimi dittatoriali. Tutto questo grazie all'organizzazione tramite i Social Network, un mezzo rapido ed efficace.

Distruggendo Facebook distruggerete anche tutte quelle informazioni private che sono oro per i governi e per le multinazionali, è vero.
Ma distruggerete anche un enorme numero di rapporti interpersonali, tra persone che probabilmente non si rivedranno più, perché non avevano altri mezzi per contattarsi.
E questo invano, perché si formerà un fratello gemello della piattaforma. E l'unica cosa a morire saranno quei legami interpersonali, di cui forse non avete tenuto conto.


Il video di Anonymous in cui è annunciata la distruzione di Facebook:


domenica 14 agosto 2011

Una storia italiana

Allego qui il link che porta a quel famoso testo che Berlusconi inviò agli elettori italiani durante la campagna elettorale di qualche anno fa... il titolo: "Una storia italiana".
Vi divertirete a notare quante contraddizioni contiene visto a posteriori,
buona lettura!

Londra: la colpa è tutta dei giornali

È da Edimburgo che scrivo. Certo, è ben lontano dal Londra, ma, essendo parte del Regno Unito, la preoccupazione verso le "riots" scoppiate in Inghilterra è sentita con più ardore rispetto al resto dell'Europa evidentemente. Inoltre da qui riesco ad accedere con più facilità ai giornali britannici, non limitandomi solo agli articoli su internet, ma disponendo anche dei cartacei, sicuramente più dettagliati.
La prima pagina del Sun (lo Scottish Sun, a dire il vero) mi ricorda una prima pagina del Corriere di qualche mese fa, quando le rivolte erano a Roma. In primo piano: il punto di vista del poliziotto (nel caso del giornale britannico si parla di una poliziotta, trasferitosi per altro a Londra da pochi mesi, che credeva di incontrare una città di "gentlemen", come ha dichiarato al tabloid).
Storie di sentimenti puri, di famiglie per bene, che rischiano la vita di fronte ai disordinati rivoltosi, senza paura e senza scrupoli, lì solo per creare disordini. E tutto questo per uno stipendio quasi sempre da fame. Per mantenere i figli e tutto il resto.
Ma nessuno si chiede il perché delle rivolte? Perché i rivoltosi sono lì a rischiare l'arresto, se non la vita (qualcuno l'ha già persa a quanto pare)? Quali necessità li spingono fin lì?
Sto parlando di rivoltosi, non di ladri o saccheggiatori.
Ho trovato più interessante a questo proposito l'articolo del Financial Times, scritto da Chris Cook, che si concentra sullo stile di vita dei giovani londinesi in questi ultimi giorni. La polizia non è altro che "the representation of all authority, and the things that keep them down", ovvero l'autorità per antonomasia, ciò che limita loro (i ragazzi). S'intrecciano i punti di vista di ragazzi e ragazze dai 16 ai 19 anni, che non si sono uniti alle rivolte per principio, perché si sono accorti che si erano trasformate in semplici saccheggi, o rivendicazioni. L'unico ragazzo intervistato che ha partecipato alle rivolte infatti dichiara che le riots erano un'opportunità per far capire alla polizia come ci si sente ad essere spintonati, a subire l'autorità altrui; una cosa "dumb", stupida, riconosce il diciassettenne Jermaine, "but it was fun".
L'articolo si conclude con la dichiarazione di uno dei ragazzi (uno di quelli che non hanno partecipato ai disordini), che risponde senza paura al giornalista che gli chiede una soluzione plausibile per fermare la violenza nella capitale:

"Cosa fare ora? Non ci sono speranze. Diventerà sempre peggio. Ed è tutta colpa vostra. I giornali si stanno concentrando sulle rapine. È vero, sono cose tremende, ma non stanno cercando di capire il perché del malcontento nei giovani londinesi".

mercoledì 10 agosto 2011

Being a Catholic Politician

Sembra che nel suo intervento il cardinale Bagnasco (così come ultimamente la Chiesa in generale) confonda quelli che sono i principi del cattolicesimo con i diritti fondamentali dell'uomo. O meglio, è evidente come sostenga che il concetto di "amore per il prossimo" sia non solo un'eredità, ma addirittura una prerogativa dei cattolici, e per questo motivo rimarca la necessità della loro presenza in politica.
Oggi è un po' fuori luogo come concezione, direi, poiché i valori a cui si riferisce (etica, giustizia, apertura verso il diverso) prescindono dall'azione della Chiesa. Anzi, spesso trovano terreni fertili in luoghi da cui la Chiesa tende a prendere le distanze.
Per quanto riguarda la sfera politica ormai l'essere cristiano (così come l'essere sposato) è diventata un'etichetta quasi necessaria per chi vuole far carriera in tali ambienti, fatta eccezione di pochi, che però per questo sono molto criticati. Tra le altre cose, si è notato come chi vantava di essere un cattolico "con le carte in regola" sia rimasto fedele a tale linea.

In conclusione, Bagnasco, non faccia di tutte quelle belle parole, quei bei valori che troppo spesso vengono citati, un unico fascio chiamato "cattolicesimo". L'amore verso il prossimo, il diverso, l'etica, la morale, la giustizia, si trova anche in molte altre persone, all'infuori dei cattolici. E le probabilità di trovare tali principi in un mussulmano o buddista non sono di certo inferiori.
Vorrei concludere questo post con un'ultima precisazione, forse un po' generica, che tende a portare la discussione su un altro tema, pur restando legata a questo argomento. Ma ci tengo, perché nel mondo cattolico sembra che si sia instaurato un certo pregiudizio comune.
Ci tenevo a precisare questo, cardinale:

Gli atei non hanno dio, ma non per questo non hanno fede.